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Compagnia del buon cammino
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    … Tenzin Gyatso (Dalai Lama)"Non esiste una via per la pace, la Pace è la Via" …

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    … La montagna ha il valore dell’uomo che vi si misura, altrimenti, di per sé, essa non sarebbe che un grosso mucchio di pietre. …

    [ Walter Bonatti]

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    … "se accetto il sole,il caldo,l'arcobaleno,devo accettare anche il tuono,il fulmine e la tempesta." …

    [Kahlil Gibran]

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    … Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro.Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite. …

    [Mark Twain]

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    … Un paese di pianura per quanto sia bello, non lo fu mai ai miei occhi. Ho bisogno di torrenti, di rocce, di pini selvatici, di boschi neri, di montagne, di cammini dirupati ardui da salire e da discendere, di precipizi d'intorno che mi infondano molta paura - …

    [Jean-Jacques Rosseau]

 
 

I nostri Pensieri • Camminare per conoscere

Gio, 29 Novembre 2012

Camminare per conoscere

Mai come in questi anni di enfatizzazione della cultura della fretta si sono evidenziati i limiti della persecutoria sindrome della velocità. Il dualismo oppositivo indicato con estrema lucidità dall’antropologo Marc Augé fra la cultura del viaggiatore e la cultura del passeggero, fra un modo di porsi dell’andare che privilegia la lentezza dell’osservazione partecipante ed un modo antitetico incentrato sul sorvolo della superficie, ha manifestato una sempre più diffusa attualità. Proprio attraverso l’etimologia delle parole riusciamo a ricostruire, spesso, l’universo dei significati ai quali dobbiamo attingere. Tanto per cominciare, il viaggiare si estrinseca nell’azione del camminare. E’ l’atto necessario o intenzionale del seguire una via riconoscibile alla vista, alle sensazioni, alle emozioni. E’ lo stato d’animo del sentirsi “viandanti”, legati indissolubilmente ad un terreno che di volta in volta si fa “piccola patria” nel rapporto empatico con i luoghi e attraverso le relazioni umane. La conoscenza, nutrimento della mente, è il vero obiettivo da perseguire ed il “viatico” di chi si pone in cammino, attratto dal bisogno del nuovo e dell’altrove. Si registra, oggi, un nuovo nomadismo su cui riflettono autorevoli studiosi come Michel Maffesoli. Ma di quale nomadismo si tratta? Spesso la frenesia di muoversi, comunque e ad ogni costo, genera una mobilità caotica che vuole andare dappertutto, ma non va da nessuna parte. Questo ansiogeno spostarsi delle tribù metropolitane motorizzate non sente e non cerca nulla di autentico, se non l’asservimento acritico ad un modello di consumo. Esso non soddisfa il bisogno della conoscenza dei luoghi e si distrae nella più banalizzante “atopìa”. Nella psicologia del camminatore, i luoghi forti del sentire sono invece i sentieri, le infrastrutture culturali della percezione del terreno, le sirene allettanti dell’andare. Ciò che sta attorno diventa, allora, una realtà dotata di senso che rende conoscibili i significati e riconoscibili i segni dell’attraversamento. In questa prassi del camminare si viene costruendo una controcultura dell’esotismo in grado di ribaltare la rappresentazione che di esso ha dato la modernità. La lontananza e la velocità sono stati, infatti, i miraggi non tanto del vero esploratore quanto dello pseudo-turista allettato da una falsa alterità “assoluta” perché “sciolta” dai legami con il contesto. L’esito di tali esperienze inautentiche si misura quasi sempre con la delusione del ritorno a casa da luoghi seriali, trasformati ormai in anonimi “nonluoghi”. Un certo turismo massificato è troppo asservito a mete imposte, pubblicizzate in forma allusivamente sub-liminare, acritica. Mete da raggiungere nel più breve tempo possibile. L’itinerario da percorrere verso il traguardo viene vissuto alla stregua di una perdita di tempo, cui la tecnologia un giorno saprà porre rimedio. Ma la tecnologia, espressione della complessità avanzata, è anche il luogo della fragilità, della precarietà, della dipendenza da una dimensione “altra” non sempre controllabile e calcolabile. La migliore presa di coscienza della precarietà egemonica della tecnica l’abbiamo riscontrata in concomitanza con la recente crisi del trasporto aereo, generata da un evento del tutto naturale come l’eruzione del vulcano islandese. Se il fenomeno si fosse protratto a lungo, il mondo della tecnologia ultramoderna si sarebbe fermato. Il rapporto fra lo spazio e il tempo, che governa la pratica del camminare, avrebbe giocoforza ritrovato quei limiti naturali che nella società dell’eccesso sono irrimediabilmente implosi. Sempre di più la conoscenza reale del mondo e della relatività dei mondi è diventata virtuale. Camminare per conoscere è un’espressione che fatica ancora a farsi strada in quei mondi virtuali, sorretti da forti anticorpi deterritorializzanti. La conoscenza diventa ogni volta più astratta perché difetta di quei saperi che si sono prodotti nel divenire della quotidianità. L’esperienza vissuta del camminare costituisce, pertanto, la migliore risposta alla perdita dei luoghi negati dai flussi, alla delocalizzazione crescente non soltanto economica, alla riscoperta dell’esotico di prossimità. Sconosciuto è, ormai, ciò che ci sta vicino e che con una certa supponenza aggiriamo etichettandolo come il regno dell’ovvio e del deja vu. Da qualche tempo, però, sembrano farsi strada nuovi bisogni, sorretti da inusitate visioni del mondo. Dalle prime enunciazioni di Thoreau e di Emerson, coscienze critiche di una società ipertecnologica ed intrise di un tardo-romanticismo un po’ naif, alle attuali tendenze ispirate ad un nomadismo extra-urbano (trekking, escursionismo ecc.), lo scenario sembra cambiare. Che sia la manifestazione di una visione ciclica della storia che la modernità ha demonizzato in nome della filosofia delle “magnifiche sorti e progressive” e del paradigma prometeico di un continuo progresso lineare e sempre progrediente? Che sia l’affioramento del limite naturale di una crescita illimitata il cui superamento rischia di produrre effetti boomerang? Che sia il portato di un bisogno di umanizzare le relazioni con le persone e le cose che, da qualche tempo, non sono più a nostra portata di mano? Non vi è dubbio che qua e là serpeggino nuovi bisogni di comunità, come ci ricorda il sociologo Bauman o tentazioni sussurrate di “decrescita felice” nel senso di Latouche. Non a caso, parafrasando ancora in parte l’antropologo Augé, gli utenti del trasporto aereo, delle autostrade, dell’alta velocità ferroviaria sono assimilabili alla categoria dei “passeggeri”, mentre gli utenti del trasporto ferroviario tradizionale e delle “corriere” d’antan, oltre ai camminatori lenti (non certo i podisti o i runners) sono assimilabili alla categoria dei “viaggiatori”. L’osservazione del paesaggio dai mezzi di trasporto meno veloci è un lusso che oggi si concedono i pochi turisti assetati di conoscenza, ma non certo i molti intruppati, bramosi di arrivare a mete decise da Agenzie che, più che di viaggio, sono Agenzie del non-viaggio.
L’omologazione dei territori, degli spazi costruiti, rende sempre più difficile la ricerca di percorsi alternativi. Senza la capacità di stupirsi e di meravigliarsi non vi è vera conoscenza, secondo quanto insegnavano i buoni maestri della civiltà occidentale, Platone ed Aristotele. Bisogna, perciò, rimettersi in cammino, andar per via, riprendere l’esercizio mentale – prima ancora che fisico-motorio – del camminare per conoscere. Ma di fronte al “disincanto del mondo” in cui abbiamo imparato l’esercizio del distacco emotivo, della distanza cognitiva, v’è ancora posto per la meraviglia percepita, oggi, quale distintivo dell’ingenuità? Sappiamo ancora provare emozioni vere, essenziali, che ci comunichino la differenza ontologica tra il “comprare” sensazioni, monetizzandone il rapporto negoziale, ed il porsi all’ascolto dell’essenza delle cose, come direbbe il filosofo Heidegger? La tendenza a perseguire in maniera competitiva i risultati ci ha portati ad un eccesso di sportivizzazione, di ricerca delle performances, di estetismo dei corpi, di strategie finalizzate alle apparenze. Sappiamo ancora camminare per conoscere noi stessi come nell’oracolo di Delfi? Camminare per ritrovare lo straniero che è in noi, per esplorare l’esotico che è vicino a noi, per sondare il mistero del non ancora conosciuto o per accettare lo scandalo dell’inconoscibile? Una delle voci più ascoltate ed autorevoli della “filosofia del camminare”, David Le Breton, citando l’antropologo Leroi-Gourhan, scrive: <> [AA.VV., Pensieri viandanti, 2007].
Plaudo, quindi, all’ideazione ed alla divulgazione del Manifesto “Camminare per conoscere” per l’impegno etico di riportare la conoscenza al centro della condizione umana secondo l’espressione del Sommo Poeta: <>.
La rinascita culturale in un deserto di negotia può ricominciare proprio da qui, dai piedi intesi come protesi della testa, appendici necessarie della mente dell’uomo.

Annibale Salsa
Antropologo e Past Presidente generale del Club Alpino Italiano

Ultimo aggiornamento: 2015-11-30 22:25:40

 
 
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